Ha ancora senso fare (buona) impresa in Italia?

Un altro anno (di resistenza) è passato e gran parte degli obbiettivi personali fissati sono stati raggiunti, gran parte ma non tutti (il mondo non è ancora mio, non sono ricco da fare schifo e ho perso solo 10Kg dei 15 che mi ero ripromesso). Ho allargato la famiglia e la casa, ho dedicato un po’ più di tempo a me stesso studiando ed affrontando nuovi temi professionali ed ho contribuito all’organizzazione di nuovi eventi community-driven con il GrUSP sia su argomenti relativi a PHP che su temi che ho sempre vissuto come spettatore ma che mi hanno sempre affascinato.

Con ideato, nonostante la fuga di cervelli e una sempre più evidente crisi del mercato, abbiamo aumentato fatturato e profitto (anche se con risultati sotto le aspettative) e reinvestito gran parte dello stesso all’interno dell’azienda per tentare la via della realizzazione di startup/prodotti. Eppure, lavorativamente parlando, ho sempre una sensazione di amaro in bocca che non mi fa godere a pieno dei risultati ottenuti.

Ho sempre pensato che il modo migliore per fare impresa fosse di fare un’impresa migliore. Evidentemente mi sbagliavo.

Gran parte del mio personale effort è concentrato su far si che chi lavora per me (e con me) sia soddisfatto ed abbia tutti gli strumenti necessari al fine di poter ottenere buoni risultati. Il famoso 20% di tempo decantato da Google per fare autoformazione o progetti personali in ideato si è trasformato in un investimento effettivo di circa 24 giorni pro-capite spesi tra conferenze, eventi, corsi interni all’azienda e sessioni di hacking (più o meno riuscite). Ho coinvolto altri professionisti in serate dedicate ad argomenti utili al team per aprire la mente ascoltando nuovi punti di vista (non da ultimo un tinktank sull’emigrazione scaturito in un gruppo facebook che ha fatto 225 proseliti in un giorno).

Eppure, nonostante tutto, il clima che vivo è quello dell’impresa che è considerata di ottimo livello ma che stenta a decollare.

Colpa (probabilmente) di una miopia da parte del mercato verso i temi della qualità del settore tech, colpa (altrettanto probabilmente) di una mia mancanza di coraggio ad aggredire quest’ultimo con una rete commerciale più ortodossa (ma vendendo soluzioni ritagliate su specifiche esigenze è tutto un dire cosa sia ortodosso).

Colpa (sicuramente) della difficoltà di creare un’impresa che possa (dal giorno zero) lavorare in, e con, tutto il mondo senza doversi porre eccessivi problemi burocratici-amministrativi, litigare con clienti che fanno di tutto per non pagarti (o di farlo in ere geologiche) e che possa, in Italia, offrire stipendi degni senza soccombere ad una pressione fiscale non indifferente.

Più passa il tempo e più mi accorgo che le attività che facciamo sempre più di frequente sono quelle di risolvere problemi dovuti, sostanzialmente, a mancanza di metodo di lavoro da parte di altri. Insomma, mi pare che si faccia poco di veramente innovativo e che nella penisola l’innovazione piaccia poco, ma che tutti siano concentrati nel metterci una pezza, a creare gruppi di discussione (e non d’azione) o a creare startup senza un business model.

Apri una inc/ltd/ghmb” mi dicono. Eppure continuo a chiedermi che senso abbia aprire all’estero per poter fare un lavoro che, potenzialmente, potrei fare in Italia? E perché devo sentirmi obbligato ad emigrare per poter fare il mio lavoro con soddisfazione e piena legittimazione?

Quando nacque ideato abbiamo ponderato la scelta di rimanere a Cesena piuttosto che spostarci in una città come Milano proprio perché volevamo vivere, lavorare e farci famiglia in una cittadina a misura d’uomo. “Lavoriamo con internet” ci dicevamo “non ci sono barriere a quello che possiamo fare“. Ed invece, per crescere professionalmente pare obbligatorio andarsene, dall’Italia.

Non che nell’immediato voglia farlo, ma la prospettiva di doverlo fare mi fa incazzare. Ecco si.. incazzare.

Voglio fare l’imprenditore, non credo nella politica. Non in quella italiana fatta di populismo, gente che si urla contro e che non ha un vero piano d’azione che non sia quello di vomitare bugie e rendersi bella in tv. Non credo neanche nelle attuali forze politiche (vecchie ed emergenti) che hanno la presunzione di dire di rappresentarmi e con le quali non voglio avere nulla a che fare (uno dei motivi per cui non voglio che la mia azienda lavori con istituzioni politiche, statali o simili). Probabilmente ho smesso di credere all’intero sistema-Italia da tempo, eppure voglio ancora resistere.

Ecco il prossimo tinktank lo facciamo sulla resistance.

Bah.. buon 2013… E viva la resistànce!

  • Mi spiace ma questa volta non mi trovo d’accordo con te. Partire non è morire e restare non è resistere.
    Siamo dotati di un talento (o di un metodo), cercare di svilupparlo in un ecosistema che non ne permette la crescita è un crimine del quale prima o poi si deve rispondere.

    Credo che l’italia non cambierà mai sino a quando si continuerà a pensare che restare sia un valore di per se. Andare significa arricchirsi intellettualmente, arricchire la propria famiglia di esperienze e il proprio bagaglio di conoscenze.

  • emaaaa

    Condivido con Fullo l’idea generale del post, con particolare enfasi sui pagamenti, sulla pressione fiscale soprattutto quella verso gli stipendi e sulla formazione.

    Condivido anche che “Andarsene” comporta anche risvolti sulla propria famiglia che spesso ci costringono a rimanere qui in Italia.

    Condivido anche la domanda fi fullo,
    perche DEVO andarmene per forza per fare lo stesso lavoro altrove ? Fuori è veramente tutto più facile ? E’ così tutto più facile oppure è una chimera a cui ci aggrappiamo quando siamo stanchi ?

  • Luca il mio ragionamento è leggermente diverso. Non ho mai detto che partire, viaggiare o cambiare aria sia sbagliato.

    Sono i presupposti per cui mi sento costretto a farlo che lo sono.

    Anni fa mi lamentavo che in Italia non c’era cultura del software. Sono entrato nel GrUSP come presidente e, aiutato da persone intelligenti, ho contribuito a far crescere professionalmente un gruppo di appassionati in un gruppo di professionisti. Ho introdotto le prime conferenze tecniche a pagamento in Italia puntando sui contenuti e non sugli sponsor, ho portato ospiti internazionali che altrimenti non sarebbero mai arrivati e temi che sembravano tanto lontani.

    Nella mailing-list interna del GrUSP non si parla di come installare joomla e gli argomenti sono tutti di un certo livello tecnico.

    I vari membri del GrUSP poi hanno iniziato ad “infettare” gi altri user group (xpug, pug, {regione}In, etc) con il nostro modo di fare e sono diventati relatori nella maggior parte delle conferenze italiane ed europee.

    La stessa cosa ho cercato di fare con ideato, abbiamo voluto creare una azienda sana, anche dal punto di vista della qualità della vita al suo interno. Sentendo le esperienze di lavoro all’estero durante l’incontro a Cesena mi sono sempre detto “questo lo facciamo anche noi”. Assicurazione medica integrativa, niente straordinario, puntare alla qualità del servizio, formazione pagata ai dipendenti sono solo la punta dell’iceberg. Ed ho esperienza di aziende che ci hanno preso ad esempio cercando di fare come noi.

    Eppure… eppure in Italia questo non basta…

    ecco questo mi fa incazzare e mi porta a “resistere”.

  • Condivido molto di quello che scrivi, spero di poter partecipare al prossimo tinktank

  • stefano

    Ciao,

    Inanzitutto ti faccio i complimenti per il post che è sicuramente un’ottima basi di discussiome ma per quanto riguarda il contenuto condivido solo la parte oggettiva ma non quella più soggettiva.

    Hai ragione sui ritardi del pagamento, hai ragione sulla pressione fiscale e ti aggiungo che siamo un paese che pensa al ponte sullo stretto e non alla banda larga.

    Oltre a questo però dissento, perchè andare all’estero sicuramente non risolverà il tuo problema di non trovare mercato, perchè se scrivi che il mercato non ti capisce e che non hai ancora fatto il salto voluto significa che c’è qualche cosa non funziona in modo adeguato.

    Se il mercato non capisce le innovazioni proposte dalla tua impresa, perchè tu parli per esperienza diretta, forse è perchè in certi casi la tua impresa non capisce il mercato e propone qualche cosa che questo non chiede.

    Dal punto di vista di uno che ha studiato economia e “innovazione” e che la sviluppa in modo pratico ti consiglio di diversificare il tuo team, almeno inserisci una figura economica.

    In più valuta aggiustamenti sul tuo business model perchè forse proponi servizi che il mercato non richiede e magari diversificando la proposta potresti fare affermare la tua impresa.

  • Pingback: Creare un ecosistema sano, è possibile. | Fullo()

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