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Il cappello non fa il monaco, né lo Scrum Master

De Bono nel 1985 aveva già risolto un problema che Scrum non ha mai affrontato davvero: le persone difendono la propria identità di ruolo invece di esplorare prospettive diverse. I sei cappelli separano le modalità cognitive nel tempo — prima i dati, poi le emozioni, poi i rischi — invece di sovrapporre tutto in una sola conversazione caotica. Applicato a OKR setting e sprint planning, non è un esercizio soft: è governance cognitiva. Un team agile vero sa indossare e togliersi i cappelli a prescindere dal ruolo su Jira.

De Bono insegna che il pensiero si veste, non si è. Scrum lo ha dimenticato, e i team ne pagano le conseguenze ogni sprint.

Francesco Fullone

Quando si definisce un OKR tattico ci sono diversi aspetti del lavoro da valutare simultaneamente: il valore per il cliente (l’outcome atteso), la fattibilità tecnica, il rischio strategico e le implicazioni organizzative. Così come quando si deve definire uno sprint backlog, ogni storia porta con sé dimensioni diverse: il “perché” del business, il “come” tecnico, il “quanto costa” in termini di effort, il “cosa potrebbe andare storto”.

Il problema è che tendiamo a fare tutto questo contemporaneamente, in un’unica conversazione dove tutti pensano su tutto, portando con sé tutto il rumore cognitivo che ne consegue. Edward De Bono aveva capito questo problema molto prima che il Manifesto Agile fosse scritto.

Il suo Six Thinking Hats — pubblicato nel 1985 e ancora straordinariamente attuale — parte da una premessa semplice: il pensiero parallelo è inefficiente perché costringe le persone a difendere posizioni invece di esplorare prospettive. Ogni cappello rappresenta una modalità cognitiva distinta, e l’intelligenza del metodo sta nel separare queste modalità nel tempo, non nello spazio.

I sei cappelli, brevemente

Bianco Solo fatti e dati. Cosa sappiamo? Cosa manca?
Rosso Emozioni e intuizioni. Nessuna giustificazione richiesta.
Nero Pensiero critico e rischi. Cosa può andare storto?
Giallo Ottimismo e valore. Perché potrebbe funzionare?
Verde Creatività e alternative. Nuove idee, possibilità.
Blu Meta-pensiero. Chi facilita, gestisce il tempo e il metodo.

La genialità non sta nei cappelli in sé, ma nella loro funzione liberatoria: il pessimista di turno non può monopolizzare la discussione con il cappello nero, e il visionario deve aspettare il suo turno con il verde. Tutti pensano nella stessa direzione, simultaneamente. Non è collaborazione per convenzione ma è collaborazione per design.

Scrum e l’equivoco dell’identità

Cose simili avvengono anche in team che applicano Scrum come framework operativo per portare avanti gli OKR. Scrum definisce ruoli chiari: Product Owner, Scrum Master, Developer. La teoria è solida: ciascuno porta una prospettiva diversa al team, e questa diversità genera valore. La pratica, troppo spesso, racconta una storia diversa — ed è una storia che De Bono avrebbe riconosciuto immediatamente.

Il Product Owner diventa il PO. Lo Scrum Master è lo Scrum Master. Il Developer è lo sviluppatore. I ruoli smettono di essere modalità di contributo e diventano identità professionali — con tutti i meccanismi difensivi che questo comporta. Il PO difende il backlog, lo SM difende il processo, il Dev difende il codice. E il team, invece di pensare insieme verso l’outcome condiviso, negozia tra posizioni.

La differenza che De Bono illumina è fondamentale: un cappello si indossa e si toglie. Un’identità no. Quando si chiede a un Product Owner di “mettere il cappello nero” e identificare i rischi di una feature, accade qualcosa di interessante: la persona esce temporaneamente dal proprio frame di riferimento e accede a una prospettiva che normalmente appartiene ad altri. Non è un cambio di ruolo — è un’espansione temporanea del pensiero.

Posizioni, non ruoli

In un corso di Jeff Patton a cui ho partecipato anni fa emerse una distinzione che si sposa perfettamente con questa riflessione: la differenza tra positions e roles. In una squadra sportiva, i giocatori hanno specializzazioni profonde ma mantengono competenze generali che permettono loro di coprire più posizioni. Un centrocampista non smette di essere un centrocampista perché in un momento di gioco avanza in area o rientra in difesa — sa farlo perché ha sviluppato quelle competenze, anche se non è la sua posizione primaria. Il punto che Patton sottolineava era che questa fluidità non nasce dalla casualità: viene coltivata deliberatamente.

In un team agile funziona — o dovrebbe funzionare — allo stesso modo. Il profilo ideale non è la persona con una sola competenza profonda, ma quello che Patton chiama il “broken comb”: ampiezza di competenze con profondità variabile in più aree. Non si tratta di fare di tutto un po’, ma di poter indossare cappelli diversi senza perdere il senso di chi si è.

Il problema emerge quando la struttura organizzativa incentiva l’opposto: titoli di lavoro che diventano gabbie, job description che diventano confini, silos funzionali che diventano muri. In quel contesto, chiedere a qualcuno di “pensare come il cliente” mentre il suo KPI misura il numero di feature consegnate è una richiesta strutturalmente impossibile, indipendentemente dalla buona volontà delle persone.

Il cappello come strumento di governance cognitiva

C’è un’implicazione pratica che vale la pena esplicitare, soprattutto per chi lavora su OKR e pianificazione di sprint. La separazione dei modi di pensare — che è esattamente ciò che i sei cappelli realizzano — non è un esercizio di team building. È uno strumento di governance cognitiva.

Quando si entra in una sessione di planning con tutti i cappelli indossati contemporaneamente — voglio raggiungere questo outcome (giallo), ma ho paura dei rischi (nero), ma non ho i dati (bianco), ma sento che è la cosa giusta (rosso) — il risultato è prevedibile: discussioni circolari, decisioni da stanchezza, o false convergenze dove tutti dicono di essere d’accordo su cose diverse. De Bono chiamava questo “pensiero a getto di sabbia”: tanti schizzi in tutte le direzioni, nessun foro in profondità.

Applicare i sei cappelli a una sessione di OKR setting o di sprint planning non significa seguire un rituale rigido. Significa accordarsi su quale modalità cognitiva serve in quel momento, e darle spazio senza che le altre la interrompano. Prima si raccolgono i dati (bianco). Poi si esplorano le emozioni e le intuizioni (rosso). Poi si analizzano i rischi (nero). Poi si identifica il valore potenziale (giallo). Poi si generano alternative (verde). Poi si decide come procedere (blu). È una sequenza, non un simultaneo.

La vera agilità è saper togliersi il cappello

C’è una frase che tendo a ripetere nei percorsi formativi: l’agilità non è ciò che fai, è come lo fai. La distinzione tra ruolo e identità, tra cappello e persona, è esattamente questo tipo di distinzione. Non si tratta di abolire i ruoli in Scrum, hanno una funzione precisa, si tratta di non lasciarli colonizzare l’identità delle persone al punto da limitarne il pensiero.

Un team veramente agile è quello in cui il Product Owner sa indossare il cappello nero quando serve, lo Scrum Master sa togliersi il cappello blu per contribuire con una prospettiva verde, e il Developer sa alzare la mano con il cappello giallo quando vede un’opportunità che il backlog non ha ancora catturato. Non perché si confondano i ruoli, ma perché il pensiero non ha — e non dovrebbe avere — confini di job description.

De Bono non ha scritto un libro su Scrum. Ha scritto qualcosa di più universale: una teoria del pensiero collaborativo che parte dal riconoscimento che le persone, lasciate a se stesse, tendono a difendere la propria posizione invece di esplorare il problema. I cappelli non cambiano le persone — cambiano temporaneamente il frame entro cui pensano. Ed è esattamente quello di cui molti team agili hanno bisogno: non un nuovo framework, ma un meccanismo semplice per pensare in modo più completo.