Uso Claude con i progetti fin da quando esistono. Ne ho uno per ogni verticale: OKR, sostenibilità digitale, i libri della serie the Right Way, la scrittura per il blog. Ciascuno ha il suo master prompt, le sue skill, i file di contesto che servono a quel dominio e a nessun altro. Servono esattamente a questo: a tenere Claude dentro un recinto che conosce bene, così calano per me lo sforzo cognitivo e per lui le probabilità di allucinazione. Il progetto OKR sa di OKR. Quello del blog conosce il mio TOV meglio di me certe mattine.
È un’architettura che funziona, finché quello su cui lavori sta dentro un recinto.

Il problema è che le cose a cui tengo di più quasi mai ci stanno. Nascono trasversali, oppure nascono piccole in un progetto e poi crescono fino a sfondare la staccionata. Un’idea che parte come una nota tecnica nel posto sbagliato, un artefatto costruito per uno scopo che ne suggerisce un altro. Se le incastro a forza nel progetto “più vicino“, perdo proprio il contesto specializzato che rende i progetti utili, e se le tengo in testa, perdo il filo. Per molto tempo ho fatto l’una e l’altra cosa, che è come tenere insieme un mobile con lo scotch.
Poi ho smesso di scegliere il recinto e ho iniziato a far attraversare. Con due movimenti che all’inizio confondevo e che adesso tengo separati, perché ho capito che fanno mestieri opposti. Il primo lo chiamo travaso, perché è esattamente questo: sposto materiale vero da un progetto all’altro, una chat con tutti i suoi log, un artefatto già fatto, e il progetto di arrivo lo eredita e ci lavora sopra senza che io ricostruisca niente. Il contenuto passa da un contenitore all’altro e resta quello che era, come il vino che cambia bottiglia. È un atto tecnico, non chiede testa. Il secondo movimento è l’opposto: non travaso niente dentro Claude, leggo qualcosa che ho depositato in un progetto e il lavoro lo fa la mia testa, che porta quell’idea in un altro recinto sotto una forma nuova.
E qui mi è servito rubare tre parole ai greci, perché il secondo movimento non è sempre lo stesso. Sotto “lavoro di testa” si nascondono tre cose diverse, e i greci avevano un nome per ciascuna. Anchínoia (????????) è il termine con cui Aristotele indicava la sagacia di cogliere al volo il nesso nascosto, il legame già presente tra due cose e che nessuno aveva ancora visto. Poíesis (???????) è il portare all’essere ciò che prima non c’era: Platone, nel Simposio, la definisce come ogni causa che fa passare qualcosa dal non-essere all’essere, e non parla di poesia in versi, ma di creazione in qualsiasi campo. Sýnthesis (????????) è il comporre un tutto nuovo a partire da pezzi che però esistevano già, come un edificio fatto di mattoni che avevi. Tre forme di pensiero diverse, e tengo distinto quale lavora a ogni passaggio, perché non è un dettaglio da accademici: cambia cosa posso aspettarmi dallo strumento e cosa devo metterci io.
Anchínoia (????????) · la scoperta Aristotele la definisce come la bravura di cogliere il termine medio in un tempo non esaminato, cioè il vedere al volo il legame tra due cose. Il nesso c’era già, era reperibile ma ignoto: passa da quello che non sapevo di poter sapere a quello che ho reso esplicito. Lo strumento qui può aiutare, portando in superficie quello che non cercavi.
Poíesis (???????) · l’emersione Per Platone è ogni causa che fa passare qualcosa dal non-essere all’essere. Il risultato non era contenuto nei materiali di partenza: non bastava leggerli con attenzione per estrarlo. È il fare che porta all’esistenza qualcosa di sostanzialmente nuovo. Lo strumento non lo fa al posto tuo, perché il salto non è nei materiali.
Sýnthesis (????????) · la composizione Il “porre insieme” parti che già esistono in una configurazione nuova. L’edificio è nuovo, i mattoni no. Il risultato è inedito come ordine, non come sostanza. Qui lo strumento può dare una mano vera, perché i pezzi ci sono e si possono combinare in molti modi.
Il modo più semplice (e probabilmente otaku) che ho trovato per descrivere il mio ruolo in tutto questo è quello dell’allenatore di Pokémon. Il mio lavoro è far evolvere la creatura, accompagnarla da uno stadio al successivo, facendola allenare in palestre diverse. Ma un allenatore che si limita a guardare il Pokémon che cresce non vince un incontro. Deve anche insegnargli le mosse giuste e, per poterle insegnare, deve conoscerle lui per primo. Qui sta tutta la differenza tra usare Claude come amplificatore e come stampella: i progetti sono le palestre dove l’attività si allena e cambia forma, lo spostamento di materiale è l’evoluzione che la porta allo stadio successivo, ma le mosse, il ragionamento che decide dove deve andare e perché, quelle le devo conoscere io. Se le delego, ho un Pokémon che evolve a caso e un allenatore che non sa più giocare.
Primo caso: un corso che evolve in linea retta
Il corso che ho annunciato nello scorso post è l’esempio più pulito che ho, perché l’attività è sempre la stessa dall’inizio alla fine e attraversa i progetti in sequenza, senza ramificarsi. Charmander, Charmeleon, Charizard. Lo stesso individuo a tre stadi.

Il primo stadio è nato in LLM the right way: il progetto del libro. Lì c’era già tutto l’impianto concettuale: l’idea di costruire un agente strato per strato, dal prompt alle istruzioni persistenti, poi la skill, poi l’agente vero e proprio, poi l’MCP che lo collega al mondo, infine i subagent. Quella struttura non l’ho inventata per il corso, esisteva perché è la spina dorsale di quello che ho scritto nel libro. Il progetto sapeva ragionare su quella materia perché era la sua materia. Quello che è uscito da questo primo recinto era solido sul piano del contenuto e completamente inerte sul piano didattico: un’ottima architettura concettuale che nessuno avrebbe potuto né comprare né frequentare.
Ho spostato la chat su Daruma corsi. Spostato per davvero, con tutti i suoi log, non ricostruita: il progetto di arrivo si è ritrovato in casa l’intera conversazione che aveva generato l’impianto, e ci ha lavorato sopra. Ed è qui che l’attività è cambiata di stato, perché Daruma corsi sa fare una cosa che LLM the right way non sa fare: trasformare un contenuto in formazione. Da quel recinto sono usciti lo stile didattico, l’abstract che si vende a chi deve decidere se iscriversi, il workbook per chi partecipa. La stessa materia di prima, ma adesso con una forma che si poteva erogare in una stanza con dei project manager presenti. Le mosse che ho dovuto conoscere io, a questo stadio, non erano sull’AI: erano sul Training from the Back of the Room, sul come si fa lavorare una sala invece di parlarle addosso. Senza quelle, avrei avuto un agente che spiegasse l’AI e una platea che si addormentasse.
Il terzo stadio è il post che avete letto e che vive nel progetto del blog. Anche qui ho travasato il materiale, e anche qui il recinto ha aggiunto l’unica cosa che sapeva aggiungere: il tono. Il progetto del blog non sapeva nulla del corso e non doveva saperlo, ma conosce il mio TOV e ha pubblicato un articolo che, negli altri due progetti, sarebbe suonato come una brochure. Tre recinti, tre stadi e, a ogni passaggio, l’attività ha guadagnato esattamente ciò che il recinto precedente non le poteva dare.
Notate una cosa, perché conta per dopo: in questo caso ho sempre travasato del materiale in Claude. Tre evoluzioni, tre travasi. Il pensiero c’era, ma svolgeva il lavoro dell’allenatore che sceglie la palestra, non quello di chi lavora in un altro recinto. È il caso lineare. Ce n’è un altro che si comporta diversamente.
Secondo caso: una catena che cambia stato alla materia
Ad aprile ho rilasciato una skill open-source, adversarial-verify, che applica la verifica avversariale alla revisione del codice. Se ricostruisco da dove viene, trovo una catena che attraversa progetti per oltre due mesi e si comporta in modo diverso rispetto al corso. Dove il corso era un individuo solo che evolve, qui ho una vena di materiale che, a ogni tappa, cambia stato, dal carbone grezzo fino a qualcosa di molto più strutturato. La miniera, appunto.

L’origine è un articolo sulle allucinazioni tecniche degli LLM, che ho letto. Non l’ho spostato da nessuna parte, non era un artefatto: era carbone nel terreno, materia grezza che leggendola mi ha fatto venire un’idea. Qui il lavoro l’ha fatto la mia testa, non Claude, ed è il caso più puro di poíesis che ho. La skill non era nascosta in quell’articolo; non bastava leggerlo con attenzione per estrarla. È nata facendo confluire il problema delle allucinazioni con la mia esperienza di verifica avversariale sugli agenti, ma il risultato non era contenuto in nessuna delle due: è passato dal non-essere all’essere mentre la costruivo. Questo primo passaggio è tutta generazione mia: nessun travaso, solo un allenatore che porta all’esistenza qualcosa che prima non c’era.
Poi la skill è diventata un post sul blog e qui il movimento cambia. Ho travasato l’artefatto, la skill stessa coi suoi materiali, nel progetto del blog, che l’ha trasformata in un articolo. Materiale che scorre, senza che la testa debba generare o collegare niente di nuovo. Il carbone era stato estratto e ora veniva lavorato.
Il passaggio successivo è il più interessante perché i due movimenti si presentano insieme. Quel blog post, più la skill, li ho portati come asset dentro la riflessione che è diventata Orologi, nuvole e pensiero avversariale, l’articolo sul pensiero critico. Ho travasato il materiale, questo è il primo movimento, ma il collegamento concettuale, capire che la verifica avversariale sul codice e il pensiero critico sulle decisioni erano la stessa postura applicata a domini diversi, quello l’ha fatto la mia testa. E qui era anchínoia, non poíesis: quel nesso esisteva già, la postura avversariale univa davvero i due domini prima che io ci pensassi. Era reperibile, solo che io non lo sapevo. Il lavoro è stato passare da qualcosa che non sapevo di poter sapere a qualcosa che ho reso esplicito. Carbone estratto e lavorato che, sotto la pressione di un’idea già presente nel materiale, comincia a cristallizzare.
L’ultimo stadio: quei due articoli, insieme a un pezzo più vecchio sul paradosso del cervello aumentato, sono confluiti nel libro “Pensare con gli LLM“. Travaso di materiale, ancora una volta, ma il lavoro di testa qui è stato sýnthesis, e la distinzione conta: a differenza della skill, i pezzi esistevano già, erano i tre articoli. Non li ho portati all’essere dal nulla, li ho composti. La tesi che li tiene insieme, però, non era riscontrabile rileggendoli, perché prima erano articoli tra loro sconnessi: è nata nel momento in cui li ho disposti in un ordine. C’è stata anche una piccola anchínoia, qualche nesso tra i pezzi che ho scoperto strada facendo, ma il grosso è stato comporre una cornice nuova con mattoni che avevo già.
Se guardo la catena intera, il pattern non è “ho spostato delle chat”. È un’alternanza precisa. Un lavoro di testa apre, un travaso consolida ciò che il lavoro ha prodotto, poi un altro lavoro di testa rilancia su ciò che il travaso ha depositato. E c’è una cosa che noto, anche se ho una sola catena e generalizzare sarebbe disonesto: la creazione vera, la poíesis che fa emergere e la sýnthesis che compone, mi è capitata agli estremi, la skill all’inizio e il libro alla fine, cioè nei punti dove cambia la natura stessa dell’oggetto, da problema a strumento, da articoli sparsi a libro. L’anchínoia, lo scoprire un nesso che c’era, l’ho fatta nel mezzo. Non so se sia una regola o il caso di una sola catena, ma il sospetto è che la creazione si concentri negli snodi e la scoperta nei passaggi laterali.
Quello che invece mi sento di dire è che la poíesis è la più rara delle tre e la più mia. Scoprire un nesso reperibile capita spesso, anche con l’aiuto dello strumento che porta in superficie ciò che non sapevi di sapere. Comporre pezzi che già hai capita anche, e lì lo strumento dà una mano vera. Ma far emergere qualcosa che in nessun materiale c’era, quello capita di rado e non c’è corpus che lo faccia al posto tuo. Il pensiero, senza il travaso, resta un’intuizione che si disperde, perché non si deposita in alcun artefatto riutilizzabile. Il travaso, senza pensiero, è archiviazione: sposti roba da uno scaffale all’altro e basta. È il loro intreccio che porta dal carbone al diamante, e nessuno dei due movimenti, da solo, ci sarebbe arrivato.
Cosa evolve davvero
A questo punto la metafora dell’evoluzione mostra la corda, e vale la pena dirlo invece di far finta di niente. Un Pokémon evolve in linea retta e non torna indietro, ma io, con un’attività digitale, posso sempre tornare al recinto precedente e farla ramificare in direzioni diverse dallo stesso stadio iniziale. Se, mentre scrivo l’abstract in Daruma corsi, scopro un buco nell’impianto nato in LLM the right way, torno nel primo recinto e lo sistemo lì, alla fonte, invece di rattopparlo a valle. Il digitale non ha la freccia a senso unico dell’evoluzione biologica, e questa è una libertà in più, non un difetto del metodo. La metafora serve a spiegare il percorso, e quando smette di servire la lascio andare.

Quello che invece tiene fino in fondo è la figura dell’allenatore. E qui arrivo alla cosa che ho capito solo scrivendo questo pezzo: il motivo per cui lo scrivo.
Quando travaso materiale tra progetti, ciò che passa è il frutto del lavoro svolto nel progetto precedente. Non il master prompt, che resta dov’è, ma il risultato della sua applicazione, sedimentato nell’artefatto, più una parte del ragionamento che diventa informazione per lo stadio successivo. Il Pokémon non si porta dietro la palestra, si porta dietro la mossa che ha imparato. Per questo non devo ricostruire nulla quando cambio recinto.
Ma quando è la mia testa a lavorare, l’anchínoia che scopre un nesso, la sýnthesis che compone pezzi esistenti, la poíesis che fa emergere ciò che non c’era, lì non si travasa nessun artefatto. Non è Claude che fa il collegamento tra la verifica avversariale sul codice e il pensiero critico sulle decisioni, e non è Claude che porta all’esistenza una skill che in nessun materiale era contenuta. Quel lavoro lo fa la mia testa e quello che si deposita non finisce in un file. Si deposita in me, sotto forma di esperienza d’uso, di conoscenza, di capacità critica che prima non avevo. E si deposita soprattutto quando faccio poíesis, perché far emergere qualcosa che non era reperibile è l’unico lavoro che lo strumento non può proprio fare al posto mio. È la cosa più importante di tutto il metodo e l’avevo sotto gli occhi senza vederla: a forza di far evolvere le attività attraverso i progetti, ciò che evolve davvero è l’allenatore.
Ed è qui che il cerchio si chiude, con tutto quello che scrivo da mesi su questo blog. Il rischio degli LLM non è che ti facciano produrre cose sbagliate, ma che ti facciano produrre cose giuste senza che tu impari niente nel farle. Il project traversing, per come lo pratico io, è un modo per tenere il pensiero dalla mia parte: lascio scorrere i materiali proprio per liberare l’attrito e metterlo dove conta, sul lavoro di pensiero che nessun progetto può fare al posto mio. Se delego anche quello, ho una catena di artefatti perfetti e un allenatore che ha disimparato a giocare.
Questo articolo, se volete, è l’ennesimo esempio del metodo applicato a se stesso. Non l’ho scritto solo per voi. L’ho scritto per depositare in me, nero su bianco, cosa sto facendo quando faccio questa cosa che faccio da mesi senza averle mai dato un nome. Cristallizzare il carbone prima che si disperda. Se a qualcuno serve, tanto meglio. Se non serve a nessuno, è servito comunque a me.
Detto questo, la domanda con cui chiudo è seria, non retorica, e la rivolgo a chi usa questi strumenti come li uso io, in modo pragmatico e senza delegare la parte che conta. Voi le attività trasversali come le gestite? Le incastrate nel progetto più vicino e tenete il resto in testa, o avete trovato anche voi un modo per farle attraversare? E soprattutto: quando lo fate, cosa si deposita in voi?
Se invece state ancora costruendo le vostre palestre e questo pezzo vi è sembrato la descrizione di un giardino in cui non potete entrare, è esattamente il punto da cui parte il corso. Si comincia da lì, da come si pianta.