Come avrete notato, negli ultimi giorni ho lavorato molto su processi di logica adversariale: prima realizzando adversarial-verify, la skill open source nata dall’esperimento con gli agenti disfunzionali, poi costruendo adversarial-thinking per facilitare il mio ragionamento, esattamente come avviene in questo blog. Poi, ad un certo punto, sotto la doccia (dove avvengono le migliori intuizioni e le peggiori decisioni), mi sono fermato e ho pensato: ma perché sto costruendo tutta questa roba?
La risposta più ovvia era: perché funziona, perché migliora la qualità del codice, perché è generalizzabile. Tutte cose vere. E tutte parziali.

La risposta completa era più scomoda: stavo costruendo strumenti che riflettessero il mio modo di ragionare. Adversariale, socratico, per smontare e rimontare. Non lo facevo per gli altri. Lo facevo per me, perché senza quelle dinamiche l’LLM mi restituiva output piatti, e io ci mettevo più fatica a lavorarci che a pensarci da solo.
Questo mi ha portato a una domanda che non mi ero mai fatto esplicitamente: “Ma io, come penso?“
Il corso di neuroscienze che non avevo dimenticato
Non è la prima volta che mi fermo a chiedermi come funzionano i processi di pensiero. Nel 2019 avevo mappato gli strumenti utili ai processi decisionali collaborativi: quale tool usare in base alla velocità, impatto e numero di persone coinvolte. Era un problema collettivo (come decide un gruppo) e la risposta era un framework condiviso.
Nel 2025, insegnando pensiero critico a quasi 1000 bambini delle elementari, avevo riscoperto Papert: “non puoi pensare sul pensiero senza pensare a qualcosa di concreto.” Avevo usato robot e LEGO come strumenti concreti per insegnare a ragionare. Adesso stavo costruendo uno strumento concreto per pensare a come penso. Stessa ossessione, scala diversa.
E qui è rientrato in gioco un corso di neuroscienze e trattative svolto anni fa. Una delle cose che mi è rimasta è questa: le persone non solo pensano in modo diverso, ma esprimono il pensiero in modo diverso. Chi sente le cose nel corpo prima di articolarle razionalmente (quello che Damasio chiamerebbe somatic marker, la sensazione viscerale che precede il ragionamento esplicito), chi ragiona prevalentemente per immagini mentali, chi ha bisogno di dire le cose ad alta voce per capire cosa pensa — il discorso interiore esternalizzato che Vygotsky aveva già descritto negli anni ’30. Chi, invece, non apre bocca finché non ha già deciso. Chi deve disegnare uno schema. Chi capisce X solo trovando “a cosa somiglia,” usando l’analogia come modalità primaria, nel senso in cui Bruner distingueva il pensiero narrativo da quello paradigmatico.
Non è filosofia da bar. C’è letteratura seria dietro, e la connessione con il problema pratico era questa: quando parliamo con un LLM presupponiamo implicitamente che esista un modo “corretto” di farlo. Template di prompt, best practices, guide al prompt engineering. Ma se il modo in cui penso è strutturalmente diverso da quello in cui è scritto il manuale, il manuale mi serve a poco.
Avevo bisogno di uno specchio calibrato su come funziona la mia testa, e me lo stavo costruendo da settimane senza rendermene conto.
Dalla cavia alla tassonomia
A quel punto ho iniziato a lavorare su una domanda diversa: se questo vale per me, vale anche per gli altri? E, se sì, si può costruire uno strumento che aiuti chiunque a comprendere il proprio profilo cognitivo e a comunicare meglio con un LLM?
È partita una lunga discussione con Claude, che nel tempo ha prodotto un catalogo di 27+ pattern cognitivi, poi riorganizzati in cinque dimensioni: canale cognitivo (con cosa pensi), strategia/dinamica (come fai a progredire il pensiero), direzione (dove vai), medium di esternalizzazione (come lo fai uscire) e forma logica (deduttiva, induttiva, abduttiva, analogica).
A un certo punto della discussione, precisando che lo scopo del progetto era migliorare la comunicazione del pensiero e non il pensiero in sé, ho detto una cosa che mi sembra ancora la sintesi più onesta di tutto il progetto (la trovate nella trascrizione completa della discussione): un pensiero non comunicato non è un pensiero. È come una scorreggia tenuta dentro al corpo.
Probabilmente non elegante, ma coerente con quanto stavamo facendo.
Poco dopo, quando ci siamo chiesti a cosa servisse tutto questo, ho detto un’altra cosa che definisce bene la fase in cui siamo: il fine del progetto non sono io. Sono una cavia.

Il modello a cinque dimensioni, il questionario scenario-based, l’albero decisionale, la guida interpretativa con suggerimenti su come comunicare con un LLM in base al proprio profilo: tutto questo è basato su un campione di uno. Me. Con le mie specifiche: adversariale, socratico, lateral thinking, esternalizzazione verbale, pensiero per disegni, abduzione come forma logica dominante.
Il sistema è stato sviluppato usando adversarial-verify per la revisione del codice e adversarial-thinking per la progettazione. Coerenza metodologica, almeno quella.
Probe, sense, respond
Non so se funziona per persone con profili cognitivi molto diversi dal mio. Ho un’ipotesi, un modello teorico con basi nella letteratura e un’istanza di test.
Le prime persone che l’hanno provato hanno detto cose tipo: “rispecchia piuttosto bene il modo che uso già per comunicare con gli LLM, quindi mi sembra che abbia centrato il profilo.” Incoraggiante. Anche se “incoraggiante” con un campione così piccolo vuol dire poco più di niente.
Quello che so è che il progetto è in una fase che chi lavora con framework agili riconosce bene: probe-sense-respond. Ho lanciato qualcosa nel mondo per capire cosa succede quando ci interagisce gente che non sono io.
Il sito è fullo.github.io/thinking-habit-discovery. Ci sono il questionario e l’albero decisionale, utilizzabili separatamente o in combinazione. La base teorica dei paper utilizzati è documentata qui. Il codice è su GitHub, licenza MIT.
Visto che c’ero, ho anche pacchettizzato il tutto in una skill per Claude Code: claude-thinking-habit. Tre comandi: /thinking-profile per mappare il proprio stile cognitivo, /thinking-translator per riformulare i propri prompt in base al profilo, /thinking-bridge per tradurre un messaggio verso qualcuno con un profilo diverso. Il profilo viene salvato in memoria e Claude si adatta automaticamente nelle conversazioni successive.
Se lo provate e il profilo non vi rispecchia, o se i suggerimenti per comunicare con l’LLM vi sembrano inutili o sbagliati, ditemelo. È esattamente il tipo di feedback che serve in questa fase.
Questa serie è nata da un’esperienza con agenti AI su CarePlatform, è passata per una riflessione sul paradosso del cervello aumentato, è diventata una skill open source e adesso si chiude, provvisoriamente, qui: con la scoperta che stavo costruendo uno specchio senza saperlo.
Il prossimo passo lo decido dopo aver visto cosa mi restituisce il riflesso.
Riferimenti: Vygotsky, Thought and Language, 1934 · Damasio, Descartes’ Error, 1994 · Bruner, Actual Minds, Possible Worlds, 1986 · thinking-habit-discovery — documentazione paper